francesco monaco

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LE STRATEGIE DELLE POLITICHE EUROPEE 2014-2020 – Roma 8 maggio 2015

Inizio Lavori (ore 10,00)
MODERA: Pietro Barrera – Responsabile Piano formazione territoriale dell’Accademia per l’Autonomia
PRESENTAZIONE DEL PROGETTO: Mino Dinoi – Presidente Commissione “Aree Metropolitane”

INTERVENGONO
Ignazio Marino – Sindaco Città metropolitana di Roma Capitale
Angelo Rughetti – Sottosegretario Dipartimento Funzione Pubblica
Veronica Nicotra – Segretario Generale ANCI
Maria Ludovica Agrò – Direttore Generale dell’Agenzia per la Coesione territoriale
Guido Castelli – Sindaco di Ascoli Piceno, Presidente IFEL, Vice Presidente TECLA
Guido Fabiani – Assessore Sviluppo economico e attività produttive Regione Lazio
MODELLI DI INTERVENTO POSSIBILI PER LE POLITICHE EUROPEE DI AREA VASTA (ore 14,00-16,20)

INTRODUCE: Mario Battello – Direttore TECLA
INTERVENGONO
Alessandra Cattoi – Assessora Politiche Europee Roma Capitale
Sabina De Luca – Presidenza Consiglio dei Ministri
Carmine Pacente – Responsabile politiche e programmazione europea Città metropolitana di Milano
Giovanni Bursi – Sociologo – Esperto di fondi e progettazione europea, coideatore della rete modenapuntoeu
Francesco Buoncompagni – Coordinatore Servizio Politiche Europee (Comune Ancona)
Francesco Monaco – Capo Area Politiche di Coesione Territoriale ANCI
Mauro Alessandri – Vicensindaco Città metropolitana di Roma Capitale

Al via, in autunno, la fase attuativa della Strategia nazionale per le “aree interne”.

Un’occasione per tanti piccoli e piccolissimi Comuni d’Italia.
Comunità minuscole, in alcuni casi “comuni polvere” (CENSIS), che insieme totalizzano i tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione italiana.
Aree territoriali assai diversificate al proprio interno, la maggior parte montane ma non solo; distanti da grandi centri di servizio (poli urbani), che prospettano traiettorie di sviluppo instabili ma tuttavia risultano dotate di risorse (perloppiù sottoutilizzate) che mancano alle aree centrali; con gravi problemi demografici (spopolamento) e\o di assetto idro-geologico (ne sanno qualcosa i Sindaci, le volte che piove violento o nevica) ma anche fortemente policentriche e con un forte potenziale di attrazione e sviluppo delle attività economiche.
La sezione dedicata del sito del DPS (http://www.dps.gov.it/it/arint/index.html) fornisce cartine, dati, numeri di questi territori. Mette a disposizione inoltre definzioni, citazioni, documenti programmatici, dossier, linee guida.
Due sono i testi essenziali da meditare per chi si prepara alla nuova fase: un documento di lavoro contenente le linee guida per la definizione della strategia d’area e una nota tecnica sul requisito della gestione associata di funzioni e servizi dei Comuni coinvolti (redatto in collaborazione con la Fondazione IFEL-ANCI).
Nel primo, si precisa che non si tratta di costruire “liste di azioni o progetti” con cui i diversi Comuni interessati si “ripartiscono i fondi intercettati” (come quasi sempre si è fatto), quanto di definire uno “schema logico” capace di rispondere ad alcune fondamentali domande: quali sono gli obiettivi comuni che giustificano la scelta dei Comuni di preparare una strategia condivisa di sviluppo (frutto di un franco confronto politico, anche aspro se serve), fondata su accumulo e scambio di conoscenza delle condizioni (iniziali) di contesto territoriale e degli attori che vi operano? Che fare per tradurre questa scelta condivisa in un’alleanza stabile nel tempo, che vada oltre la fase di scrittura del piano o i tempi di “cantiere” delle opere? Quali sono le tendenze demografiche, sociali, economiche e ambientali che si sviluperanno nel medio-lungo periodo in assenza di intevento? Quale scenario invece si intende raggiungere con l’intervento (risultati attesi) e attraverso quali azioni?
Nella nota tecnica sull’associazionismo comunale si puntualizza tipologia e natura del requisito istituzionale della gestione associata, spiegando che lavorare (sull’ordinario) mettendo insieme funzioni e servizi è una vera e propria condizione da soddisfare (ex-ante) per partecipare alla strategia e accedere ai finanziamenti pubblici (nazionali e comunitari) ad essa collegati.
Per i Comuni con popolazione minore ai 5.000 abitanti (3.000 nel caso dei comuni montani) il requisito è diventato peraltro obbligo di legge.
Obblighi a parte, occorre capire che, dal punto di vista della strategia nazionale per le aree interne, le comunità locali, i singoli Comuni, benché mantengano ed anzi siano chiamati a valorizzare i propri valori identitari, non possono più auto-rappresentarsi alla stregua di “ambiti funzionali autonomi”. Le relazioni di scambio e di servizio tra individui, inmprese e istituzioni pubbliche si estendono infatti su territori che hanno necessariamente una dimensione intecomunale. E’ questa una consapevolezza che si è andata diffondendo negli ultimi vent’anni e che ora trova un sigillo formale anche nella legislazione.
Per approfondire:
http://www.dps.gov.it/opencms/export/sites/dps/it/documentazione/Aree_interne/Documenti_di_lavoro/linee_guida_AI_REV_x_SL_xeditx.pdf
http://www.dps.gov.it/opencms/export/sites/dps/it/documentazione/Aree_interne/Documenti_di_lavoro/Pre-requisito_associazionismo_nota_Comitato_AI_DEF_xeditx.pdf

La “questione urbana” nella politica di coesione tra approccio strategico e autonomia gestionale

Immagine 

(pubblicato sulla Rivista Economica del Mezzogiorno SVIMEZ , numero 1-2, 2013 – Codici JEL: O18; R10; R50)

L’articolo approfondisce, anche in prospettiva storica, ruolo e peso della dimensione urbana nella politica di coesione europea. L’analisi parte dalle prime iniziative comunitarie (Progetti pilota, Urban, ecc.) e arriva fino alle soglie dei documenti programmatori del nuovo ciclo di fondi strutturali 2014-2020. Un passaggio importante del processo ha riguardato l’inserimento della questione urbana nel “mainstreaming” dei programmi operativi regionali (POR FESR).L’Asse Città del Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2016, in Italia, ha rappresentato un momento di svolta: i progetti integrati territoriali e\o urbani hanno rappresentato lo strumento principale di attuazione di un intervento che avrebbe dovuto essere validato da un partenariato economico e sociale e veniva dotato di consistenti risorse finanziarie. Anche nel periodo successivo (Quadro strategico Nazionale 2007-2013) la priorità urbana ha ottenuto una sua visibilità programmatica e adeguata consistenza finanziaria. In quale caso (POR FESR Campania), la Regione ha attribuito deleghe gestionali dirette alle Città beneficiarie mentre il parco progettuale finanziabile doveva essere inquadrato necessariamente nella cornice di un Documento Strategico (DOS) che ne indicasse obiettivi di sviluppo e risultati attesi. Quest’ultima esperienza, peraltro, ha potuto beneficiare della misura lanciata dal CIPE nel 2004 per consentire anche alle città del Mezzogiorno di dotarsi di piani strategici coerenti con le indicazioni dei regolamenti comunitari. In un capitolo centrale dell’articolo si affronta il tema dell’efficacia di queste politiche. L’autore sottolinea come gli esiti ad oggi siano da considerare purtroppo “molto al disotto delle aspettative”) e, succintamente, indica i motivi che a suo personale giudizio hanno condizionato negativamente soprattutto i processi attuativi (a partire dalle difficoltà di assorbimento delle risorse messe a disposizione). Nella parte finale la riflessione si sposta sulle indicazioni che la Commissione Europea indirizza, per il futuro, agli Stati membri in tema di sviluppo urbano: elenco di città su cui investire, riserva finanziaria, addizionalità e concentrazione degli investimenti, integrazione degli interventi, piena autonomia gestionale delle autorità cittadine. Il negoziato fra Stato, Regioni ed EELL dovrebbe generare, infine, l’ideazione di un Programma Operativo Nazionale (PON) dedicato alle città metropolitane.

Saluto introduttivo alla presentazione del libro “Napoli e il suo regno” di R. Colapietra

(Fondazione IFEL Campania, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli e la “Scuola di Pitagora” Editrice)
Napoli, Giugno 2013

di F. Monaco – Segretario Generale IFEL Campania

Non vorrei che il tempo di questa breve introduzione fosse considerato un pedaggio che l’autore del libro é chiamato a pagare a chi ha ritenuto di sostenere questa iniziativa, mentre assicuro che l’interesse per questa discussione e questo testo é davvero sincero e motivato.
Proverò brevemente a spiegarlo.

IFEL Campania é una Fondazione della Regione Campania e della Fondazione per la Finanza e l’Economia Locale (IFEL),a sua volta costituita dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. É una struttura duale (nazionale e decentrata ad un tempo) che opera in house ad ambedue i fondatori, e che sviluppa servizi di supporto e assistenza tecnica alla Regione e ai Comuni campani, proponendosi l’obiettivo di migliorare la capacità amministrativa delle autonomie locali e territoriali.
Questa missione è intesa quale pre-requisito indispensabile per assicurare efficacia alle politiche pubbliche oggi vieppiú necessarie per lo sviluppo economico e sociale del territorio di questa regione, come del resto di tutto il Mezzogiorno, di cui la nostra struttura si vuole in parte rendere strumento di servizio.

Dunque perché l’interesse per la storia e per questo libro?

Perché é proprio sul crinale fra la conoscenza della storia politica e istituzionale del territorio in cui si opera, nell’analisi delle condizioni sociali in cui essa si é svolta, nella valutazione delle capacità operative che vi hanno espresso le istituzioni politiche, nella considerazione del ruolo che vi abbiano svolto gli operatori economici e i corpi sociali, ecco é proprio sul crinale di tutto questo sapere che si misura la fattibilità di qualsivoglia intervento di politica di sviluppo che si volesse intraprendere e di cui la nostra organizzazione volesse porsi al servizio, come di fatto intende fare.

Naturalmente per una struttura che opera su questo territorio e con questa ambizione, l’interesse a capire quale sia stata la storia di questa città, (ed oggi ne ripercorreremo credo un ampio arco di tempo, dal cinquecento ai primi del novecento), quali correnti di pensiero l’abbiano attraversata, quali lotte politiche e sociali si siano consumate nel perimetro del suo territorio, chi ne siano stati i protagonisti, individuali e collettivi, e dentro quale quadro istituzionale e di rapporti di forza essi abbiano operato, ecco l’interesse per tutto questo non può che essere della massima intensità.

Perché Napoli é stata la capitale di un regno, appunto, una capitale nazionale, la città più importante del Mezzogiorno d’Italia e, per lunghi tratti, una città – come certamente sentiremo- che ha conosciuto momenti alti di guida intellettuale e civile per l’intero continente europeo.

Penso anche che lo storico divario Nord-Sud che dall’Unità ha caratterizzato la nostra nazione trova il suo punto focale proprio nelle alterne vicende di questa città, nella forza e nelle debolezze che hanno connotato il suo sistema produttivo; nella fatica di esprimere il buon governo di cui si sono dovute sobbarcare le sue istituzioni, molte volte fallendo in questo obiettivo; nella difficoltà -qualche volta drammativa, com’è successo con l’esperienza della repubblica napoletana del 1799- di collegare le minoranze illuminate della città con l’informe massa di plebe urbana che occupa da sempre il palcoscenico di Napoli.

Certo ci sono anche altre città, con una loro storia, un loro rango: penso a Bari e, soprattutto, a Palermo, altra capitale. E ci sono le centinaia di città medie che caratterizzano il sistema sociale ed economico del nostro Mezzogiorno, come dell’intero Paese.
In Campania sono 19 le città con più di 50.000 abitanti, esiste poi un numero consistente di altre aggregazioni urbane con soglie dimensionali appena più basse ed é attivo un reticolo di piccoli comuni nelle aree interne della Regione. É presente cioè un sistema policentrico che rappresenta la ricchezza del territorio.

É tuttavia Napoli merita una notazione a parte, una riflessione separata.
Qui si concentrano nella loro forma più virulenta i problemi della modernità ed oggi della globalizzazione (e non ho bisogno di fare un elenco, perché ampiamente conosciuto, mi limito a citare solo il dramma della disoccupazione che ha raggiunto ormai le vette stratosferiche del 50% della forza lavoro giovanile), come vi si catalizzano le migliori opportunità e speranze di crescita sociale ed economica.

Penso all’ampia disponibilità di risorse umane, formate dalle Università e dai prestigiosi (quante volte bistrattati!) istituti di ricerca, al vasto patrimonio culturale, artistico e archeologico presente, alla ricchezza e alla varietà del paesaggio urbano, alle molte forze attive nella società, ai saperi accumulati nelle filiere produttive e tecnologiche ancora vive nell’economia locale e globale.
Risorse tutte disponibile, ad oggi, anche se in gran parte ampiamente sottoutilizzate.

Ecco permettetemi questa semplificazione: quando per Napoli é andata bene anche il Mezzogiorno é cresciuto e si è sviluppato. E’ progredita l’Italia intera. Nei periodi in cui a Napoli invece é andata male, e negli ultimi decenni è andata molto male, allora per l’Italia non ci sono state mai molte possibilità di ripresa.
Dunque a soffrire non é stata solo la città, ma l’intero Paese.

Oggi viviamo una crisi profonda, la più importante dal dopoguerra, a fatica si riesce a vedere la luce in fondo al tunnel.
La storia non si ripete mai, ma é certamente utile riflettere su di essa per comprenderne linee di tendenza e costanti; cogliere le discontinuità della vicenda umana e sociale di una collettività che ha cuore, tradizioni e intelligenza immerse proprio in quella storia.

Per immaginare soluzioni e proposte per il presente, la conoscenza di quello che é stato é una condizione preliminare dell’agire collettivo e democratico nonché un esercizio di serietà e rigore a cui nessun soggetto, pubblico o privato che sia, che opera in questo contesto possa sottrarsi.

É dunque sincero e partecipato l’interesse di IFEL Campania per il lavoro del Prof. Colapietra, che ringrazio ancora e ricordo resistente in quel de L’Aquila, a difesa delle sue mura domestiche e dei suoi libri, nella città rasa al suolo dal terremoto, ma in definitiva a difesa dell’idea di una città che seppur distrutta continua ad esistere nell’intelligenza e nella capacità di resilienza dei suoi cittadini e che, per questo, rinascerà.

Perciò é con questo augurio, affinché Napoli possa trovare la sua strada per superare questa terribile crisi imparando anche dalla sua Storia, un augurio esteso anche a L’Aquila e alla sua ricostruzione possibile quale simbolo di rinascita di tutto il nostro Mezzogiorno ed in definitiva dell’Italia, che cedo la parola ai relatori.
Grazie a tutti

Un Paese ricco …

Un Paese ricco ma sommamente ingiusto!
Secondo il Bollettino statistico di Bankitalia (dicembre 2012) “Alla fine del 2011 la ricchezza netta (case, terreni, titoli e depositi bancari, meno i debiti, i più bassi d’Europa) delle famiglie italiane era pari a circa 8619 miliardi di euro, corrispondenti a poco più di 140 mila euro pro capite e 350 mila euro in media per famiglia. Le attività reali rappresentavano il 62,8% del totale, le attività finanziarie il 37,2% e le passività finanziarie( i debiti) pari a 900 miliardi rappresentavano il 9,5% delle attività complessive”. E ancora:” Nel confronto internazionale le famiglie italiane mostrano un’elevata ricchezza netta, pari, nel 2010 a 8 volte il reddito disponibile, contro l’8,2% del Regno Unito , l’8,1 % della Francia, il 7,8 del Giappone, il 5,5% del Canada, e il 5,3% degli Stati Uniti. Esse risultano inoltre poco indebitate”. La componente finanziaria dell’intera ricchezza supera i 3500 miliardi di euro ed è la terza al mondo, superiore a quella di Francia e Germania. La metà più povera della famiglie italiane deteneva il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco deteneva il 45,9% della ricchezza complessiva”.(http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2012/suppl_65_12.pdf)

Città intelligenti e sviluppo sostenibile: il ruolo delle politiche urbane

di Francesco Monaco

1. Premessa

Partirò dalla domanda cui prova a dare risposta l’ultimo libro dell’economista americano di origini turche, Daron Acemoglu -scritto insieme a James A. Robinson-: perché ci sono Paesi che diventano ricchi e Paesi che restano poveri? Per quale ragione nel mondo convivono prosperità e indigenza? Alcuni attribuiscono rilevanza al clima o alla geografia. Altri chiamano in causa la cultura. I nostri due autori dimostrano che le origini di prosperità e ricchezza risiedono nelle istituzioni politiche ed economiche che le nazioni si danno. Esistono casi in cui vengono costruite “istituzioni inclusive” o aperte, che permettono la partecipazione di grandi masse di persone alle attività economiche profittevoli, sanno cogliere le opportunità della storia, generano buona politica. Poi ci sono i casi in cui a prevalere sono le “istituzioni estrattive” o chiuse che consentono solo a pochi gruppi di appropriarsi della ricchezza della comunità, non si preoccupano di stimolare la creazione di questa stessa ricchezza, autorizzano l’accumulo di posizioni di rendita, producono solo cattiva politica.
Per l’Italia e l’Europa è questo il tempo, il tempo terribile della crisi di sistema, in cui diviene sempre più urgente lavorare per costruire istituzioni inclusive e contrastare la persistenza di istituzioni estrattive: tutti gli operatori pubblici e privati devono concorrere al raggiungimento di questo obiettivo. E’ questa la leva per ri-fondare su basi sociali il capitalismo europeo. Uno dei più importanti terreni su cui é necessario avviare questo esercizio é il governo delle città.

2. Elementi di scenario

Più della metà (53%) della popolazione totale dei Paesi OCSE vive nelle aree urbane. In 78 aree metropolitane di 1,5 milioni di abitanti si concentra il grosso delle attività economiche: in esse si attesta un PIL pro-capite superiore alla media nazionale (78% contro 66%) e una più alta produttività del lavoro (78% contro 66%). In Italia nel reticolo delle città medie (più di 80.000 abitanti) si addensa la maggiore capacità di produrre reddito, di offrire servizi collettivi (sanità, trasporti, istruzione), di attrarre investimenti .
Le economie di agglomerazione consentono alle aree urbane di attrarre sedi internazionali e regionali di società commerciali, offrono più risorse, polarizzano un maggior numero di servizi specializzati (marketing, finanziamenti pro-vendita, assistenza post-vendita, ecc.) e infrastrutture. Consentono anche i vantaggi della specializzazione e della diversità perché in esse si concentrano le attività di Ricerca & Sviluppo e la capacità di produrre innovazione (l’81% dei brevetti è depositato da candidati che operano nelle aree urbane). Le aree metropolitane tendono ad avere una maggiore dotazione di capitale umano.
Nelle aree urbane, tuttavia, si raccolgono i più grandi bacini di disoccupazione. Inoltre, esse mostrano i tassi di attività più bassi. Nel città del Mezzogiorno d’Italia il tasso di occupazione è al 43,6% (a nord 64,8%), mentre la disoccupazione tocca il 18,3%, la disoccupazione femminile è al 18,3%, quella giovanile svetta al 50,5%.
L’esclusione e la povertà nella maggior parte dei Paesi OCSE sono diventati fenomeni metropolitani, la disparità socioeconomica caratterizza quasi tutte le città, gli immigranti e le loro famiglie rappresentano la parte più vulnerabile delle aree urbane. Almeno il 10% della popolazione vive in quartieri degradati; in alcuni casi questo dato arriva a punte del 25%. Inoltre, nelle aree urbane, i livelli di criminalità superano di almeno il 30% la media nazionale.
Ulteriori esternalità negative urbane riguardano i costi indotti dalla congestione (traffico, inquinamento atmosferico e sonoro, degrado del verde pubblico), mentre a causa degli alti oneri di manutenzione, in molte aree urbane la qualità delle infrastrutture degrada progressivamente.

3. Una politica ordinaria per le città italiane

La qualità urbana attraverso la rigenerazione dell’esistente rappresenta un campo di intervento vasto, che necessita di un approccio integrato e tenga conto dei molteplici aspetti che la caratterizzano, quali ambiente, società, economia.
Gli elementi di competitività e i fattori di criticità rilevati, evidenziano la necessità che venga impostata a livello centrale una politica ordinaria delle città a cui dovrebbero partecipare e contribuire tutte le amministrazioni centrali interessate. Ciascuna, per quanto di competenza, dovrebbe esprimere una propria capacità di intervento nei comparti che producono servizi essenziali: quali salute e scuola, ma anche servizi sociali, di trasporto, ricreativi, di innovazione e ricerca, di sviluppo di impresa, di manutenzione del territorio.
Definire una “nuova politica nazionale” a carattere ordinario per le città, offre l’opportunità di dare risposte ai nuovi fabbisogni emergenti, riconoscendo il ruolo fondamentale dei grandi nodi urbani in termini di produzione di ricchezza, offerta di opportunità di sviluppo, localizzazione di servizi a elevato valore aggiunto, collegamento e interfaccia tra dimensione globale e reti locali. Consente, inoltre, di intervenire sulla città considerando lo spazio territoriale ed urbano come un’unica grande infrastruttura, caratterizzata da inscindibili relazioni tra governo dei flussi e politiche per la residenza, tra potenziamento dei grandi attrattori e delle funzioni rare ed offerta di servizi qualificati; in una dimensione di competitività, recupero e ricucitura delle marginalità e nella prospettiva della coesione sociale ed urbana.
Per finalizzare al meglio gli interventi della “nuova politica nazionale” occorre infine individuare strumenti di governo permanenti, in grado di pianificare e gestire progetti che, sulla base dei nuovi assetti istituzionali (in primis, l’istituzione delle città metropolitane), tengano conto di ruoli, fonti finanziarie, dinamiche istituzionali e dell’evoluzione dei bisogni sociali. In questo contesto, resta aperta la questione del governo e del coordinamento dei processi. Per la definizione e gestione di una politica ordinaria per le Città, in Italia è stato di recente istituito il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU)

4. Prime indicazioni per il ciclo dei fondi strutturali 2014-2020

Nel documento METODI E OBIETTIVI PER UN USO EFFICACE DEI FONDI COMUNITARI 2014-2020, proposto dal Ministro Barca ed adottato dal Governo Monti nel 2012, si riconosce che: a) occorre dare “una cornice più ampia di riforme istituzionali, organizzative e nella cultura politico-amministrativa per dare una veste istituzionale adeguata alle politiche per le aree urbane”; b) le città occupano un posto centrale nell’agenda europea di sviluppo sostenibile e di coesione sociale; d) gli interventi per lo sviluppo urbano (co-finanziati da fondi strutturali) possono concorrere a velocizzare l’attuazione dei piani ordinari di settore –per ambiente, mobilità, welfare- con ricadute dirette e tangibili sulla qualità dei servizi resi ai cittadini e alle imprese; e) il sostegno finanziario della politica di coesione alle città può essere efficace a condizione che vi sia “un disegno generale e un assunzione forte di responsabilità degli attori urbano rilevanti” .
Pur restando fondamentali gli investimenti che le Regioni dovranno fare sulla dimensione territoriale a livello comunale, per quanto riguarda gli investimenti nelle grandi aree urbane, sarà utile superare, nella nuova programmazione, il mainstreaming regionale (POR) nella prospettiva dell’attivazione di un programma nazionale (PON) fortemente orientato al miglioramento dei servizi urbani. Tale intervento dovrebbe: a) contribuire a ri-disegnare e modernizzare i servizi urbani secondo la logica delle smart cities; b) sviluppare la progettazione degli interventi per l’inclusione sociale dei segmenti di popolazione più fragili che vivono nei quartieri disagiati delle grandi aree urbane; c) rafforzare la capacità delle città di potenziare i segmenti locali delle filiere produttive nazionali o globali.
L’evidenza empirica dalla programmazione in corso aiuta ad individuare alcune direzioni per migliorare l’efficacia delle politiche di coesione nelle città del prossimo ciclo 2014-2020. Per procedere in questa direzione occorrerà, in particolare: 1) aumentare la responsabilità della amministrazioni cittadine nel progettare ed attuare gli interventi, attraverso modelli di organizzazione e strumenti operativi per la programmazione comunitaria che consentano la più ampia delega attuativa; 2) costituire modelli e pratiche che garantiscano il coordinamento e lo scambio tra l’amministrazione comunale ed i numerosi altri soggetti responsabili di investimenti, pubblici o privati, localizzati nelle città; 3) potenziare il ruolo delle Città metropolitane come soggetti protagonisti delle politiche aggiuntive attraverso l’ideazione di un programma nazionale per le città metropolitane coordinato dal centro e affidato alla gestione diretta delle città beneficiarie.
Infine sarà necessario valorizzare e diffondere le proposte delle città medie impegnate in strategie di qualità per la crescita e per la sostenibilità. Nell’ultimo decennio, numerose amministrazioni hanno adottato strumenti e modalità di governo e sviluppo del territorio che perseguono strategie innovative, chiare e condivise. Alcuni comuni capoluogo hanno investito risorse per la realizzazione di piani strategici robusti e credibili con piena ownership dei vertici politico-istituzionali locali. Altre realtà hanno trovato soluzioni per dotarsi di una visione di sviluppo, innovando forma e contenuti di piani e strumenti ordinari di governo della città. Queste realtà dovrebbero poter trovare spazio adeguato − non occasionale, ma intenzionale – nella programmazione comunitaria, in particolare in quella regionale.

Prima di essere meridionali, siamo italiani!

“… [si] dovrebbe riprendere il programma delle riforme democratiche. Tra l’altro sciogliere i lacci del centralismo alla francese e dare libertà ai Comuni, sbarrare la via a quella bestemmia insana del regionalismo, temprare l’unità e la forza della nazione. Ma prima ancora, per far funzionare con verità le istituzioni parlamentari occorre far parlare il popolo. Ed il popolo italiano deve essere educato alla politica. Ammettiamolo, siamo in un paese dove la cultura nazionale, e soprattutto l’educazione politica, sono abbastanza scarse. Educati alla politica, gli italiani potrebbero diventare i sassoni della razza latina, potrebbero allora fondare e far funzionare con verità le istituzioni parlamentari.”[1] (F. Crispi) 

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1.     La crisi

L’economia italiana sta attraversando la crisi più profonda dalla Seconda Guerra Mondiale.

Rispetto al 2007, secondo Banca d’Italia[2], il prodotto interno è sceso di 7 punti percentuali, il numero di occupati di 600.000 unità, una buona parte concentrata nel Mezzogiorno.

Aumenta il divario della nostra economia rispetto all’Europa  (tra il 2001 ed il 2010 l’Italia è cresciuta solo dello 0,7% mentre l’area Euro del 9,8%).

Il prodotto interno italiano era pari a 1.680 miliardi di euro prima dell’inizio della crisi (2007), cinque anni dopo (nel 2012) si era ridotto a 1.567 miliardi di euro. Nel 2013 cederà ancora. 

Nel quadriennio 2008-11 il valore aggiunto industriale si è contratto di 10 punti nel Centro Nord. Al Sud ha superato il 16%.

Un recente Rapporto CENSIS[3] fotografa la crisi sociale del Mezzogiorno: al di là delle strutturali debolezze economiche delle regioni del Sud e dei problemi legati al lavoro[4],  i problemi attuali dello scadimento del sistema scolastico, dell’abbandono della sanità pubblica fino alle gravi insufficienze dell’assistenza legate all’invecchiamento demografico pongono l’intero Paese di fronte ad una situazione di  vera e propria  «emergenza sociale».

L’indice di povertà cresce soprattutto al Sud. Secondo il rapporto annuale ISTAT[5], il numero di famiglie in condizioni di povertà relativa aumenta considerevolmente in tutta Italia, tuttavia le regioni più colpite sono quelle meridionali, la Sicilia in testa.

Secondo i dati dell’ultimo rapporto SVIMEZ[6], crescono in maniera esponenziale anche i numeri dell’emigrazione e questa volta a “scappare” dal Sud, o a non ritornare, sono sempre più giovani istruiti invece che i braccianti affamati di lavoro delle prime ondate migratorie del ‘900.

 2.      I pregiudizi  

E’ opinione diffusa, anzi è un vero teorema, che il Sud viva sulle spalle dell’Italia che produce.

Tale opinione poggia su dati non veri, anzi falsificati ad arte[7]. Un primo dato errato riguarda il fiume di danaro pubblico che verrebbe speso nel Sud d’Italia: in realtà, la spesa pro capite “per lo sviluppo” (infrastrutture, incentivi alle imprese, ricerca, ecc.) è da tempo inferiore proprio nel Mezzogiorno[8] rispetto alle altre regioni. Secondo Banca d’Italia, negli ultimi anni essa si colloca intorno al 5% della spesa totale che va al Sud, con valori annui che hanno oscillato nell’ultimo cinquantennio tra lo 0,5 e l’1% del Pil Nazionale (cioè tra 8 e 16 miliardi all’anno)[9].

Certo ci sono i fondi strutturali, ma essi sono ormai largamente sostitutivi di spesa nazionale che non c’è più. Inoltre, seppur ad oggi non sono state ancora perse risorse[10], l’attuazione delle politiche di coesione in Italia presenta difficoltà che difficilmente potrebbero essere ascritte a responsabilità specifiche di qualcuno: c’è sicuramente una grande difficoltà a spendere, celermente ed efficacemente, da parte delle Regioni della Convergenza (Sicilia, Puglia, Campania e Calabria) rispetto alle altre; ma anche taluni programmi operativi gestiti da amministrazioni statali fanno fatica (per esempio il PON Infrastrutture)[11]. In realtà, quello che si osserva è una sofferenza dell’intero sistema istituzionale nazionale a far camminare speditamente la “macchina dei fondi”; un’incapacità ad orientare le azioni verso risultati misurabili in termini miglioramento dei servizi per i cittadini e di opportunità per le imprese; un debole presidio del centro sull’andamento delle procedure di spesa; un’accentuata complessità burocratica, indotta peraltro dalla cavillosa normativa comunitaria in materia, e poca attenzione ai tempi di realizzazione; insufficienza nei controlli e irrilevanza nella valutazione delle politiche di spesa, anche da parte dei partiti politici e dell’opinione pubblica[12]

Del resto, anche le risorse destinate alle “aree sottoutilizzate” sono state ampiamente saccheggiate per finanziare o la solidarietà nazionale in occasioni di catastrofi naturali (per esempio, come nel caso della ricostruzione post-terremoto di l’Aquila) o per iniziative che certo non hanno nulla a che fare con lo sviluppo del Mezzogiorno (tipo pagamento delle multe europee agli agricoltori inadempienti, perlopiù “padani”).

Nel Sud, inoltre,  non investono più i grandi operatori pubblici nazionali come ANAS (a parte gli eterni lavori di manutenzione e ammodernamento della SA-RC, ma i tempi e i costi di realizzazione delle “grandi opere” sono eccesivi in tutto il Paese) e FFSS.

In una recente ricostruzione storica delle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno dopo l’abolizione dell’intervento straordinario con la Legge 488 del 1992, si afferma che in realtà il flusso di investimenti (o spesa in conto capitale) finalizzato a rimuovere il divario di reddito fra le diverse aree del Paese è andato progressivamente riducendosi, fino al suo totale spegnimento negli anni 2008-2010 ed il successivo spostamento di cospicui risorse da Sud a Nord (16,5 miliardi di Fondi ex FAS) con l’ultimo Governo Berlusconi.[13]  

Anche la ripartizione della spesa pubblica “ordinaria” rapportata alla popolazione non è superiore rispetto alla media italiana, anzi il carattere del nostro sistema di welfare premia le Regioni dove è più alta la quota di ex lavoratori (pensioni di anzianità) molto più che quelle dove sono presenti più disoccupati (politiche attive) o famiglie povere (assistenza sociale)[14]. Il quadro in realtà risulta mosso: il settore pubblico favorisce le quattro regioni (Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia) e le due Province autonome (Trento e Bolzano) a statuto speciale come le piccole regioni piuttosto che le grandi a prescindere dalla collocazione geografica.  

E’ vero, tuttavia,  che la spesa pubblica nel Mezzogiorno è comunque superiore alla ricchezza prodotta e che è il residuo fiscale (la differenza fra quanto si paga in tasse e quanto si riceva in servizi) è fortemente squilibrato dalla parte delle Regioni del Centro Nord (Banca d’Italia calcola 35 miliardi all’anno, altri arrivano a 50-60). Ma è altrettanto vero che la spesa in Italia, come nel resto d’Europa, è legate alle funzioni che la Carta Fondamentale affida al settore pubblico: dall’istruzione (art.34) alla sanità (art.32), dall’assistenza sociale (art.38) alla famiglia (art.31) e che tutta l’architettura costituzionale poggia sul principio di “uguaglianza sostanziale” fra i cittadini (art.3), sui doveri inderogabili di solidarietà sociale (art.2) e sul principio di contribuzione progressiva alle spese della Repubblica (art.53).  A prescindere dalla collocazione spaziale degli italiani!!!

 3.      Un problema di classi dirigenti e di qualità dei servizi pubblici

A 150 anni dall’Unità il Mezzogiorno resta il più grande nodo irrisolto dello sviluppo del Paese.

Con un terzo della popolazione produce una quarto del reddito nazionale, e dal 1951 questo rapporto non è stato ancora modificato. Il tasso di occupazione è 20 volte più basso del Centro-Nord. Nel Sud meno della metà della popolazione attiva ha un lavoro mentre nelle regioni settentrionali raggiunge i due terzi. Il peso dell’economia sommersa è significativamente maggiore. Il lavoro irregolare pesa più del 20% dell’occupazione. In più c’è l’economia criminale che aggredisce le quattro principali regioni del Sud (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia).

Ancora più forte è il divario del Mezzogiorno tra consumi privati e beni collettivi.

Le tratte ferroviarie a un solo binario e non elettrificate sono il doppio rispetto al Centro-Nord; la rete stradale e autostradale è più rara e disagiata; negli aeroporti, un quarto del totale, atterrano solo un quinto di aeromobili e passeggeri; le irregolarità nella distribuzione dell’acqua sono triple rispetto al Nord; le interruzione elettriche sono il doppio; la raccolta differenziata si ferma sotto il 20%, mentre supera il 40 nel Centro-Nord; la dotazione fisica di strutture sanitaria è minore, ma anche la qualità delle prestazione più bassa.[15].

Abbiamo detto della spesa pubblica “ordinaria” nel Mezzogiorno. Sebbene, pro-capite, essa non sia e sostanzialmente inferiore a quella del Centro Nord la qualità dei beni pubblici essenziali, quali giustizia, istruzione, sanità, a Sud, si è detto, risulta inferiore.

Diffusi fenomeni di corruzione e una forte influenza delle attività criminali provocano ricadute negative sull’esercizio dei diritti di cittadinanza e nello svolgimento dell’attività economica. Fragilità del sistema produttivo e debolezza delle istituzioni ostacolano l’accesso al credito e accrescono il costo dei finanziamenti.[16]

Abbiamo anche osservato la riduzione progressiva negli anni degli investimenti nel Mezzogiorno,  l’effetto di sostituzione che hanno avuto le risorse “aggiuntive”, la difficoltà a spendere i fondi strutturali europei.

Dobbiamo ora chiederci quali siano i motivi della persistenza di questo divario di sviluppo fra Sud e Centro Nord del Paese. La risposta non è semplice e, forse, ce n’è più di una. C’è chi sostiene la “tesi degli aiuti insufficienti” e chi preferisce puntare l’attenzione sulla “carenza di capitale sociale”.[17]  

In ogni caso quello che viene all’evidenza è anche un problema di classi dirigenti, nazionali e locali.[18]

Indubbiamente, la classe dirigente locale al Sud è condizionata da una domanda più particolaristica di beni e servizi, alimentata certo da fattori culturali ma anche da condizioni economiche e penuria di lavoro molto gravi. I cittadini chiedono la risoluzione di problemi specifici e personali e diffidano da risposte generali offerte dalle istituzioni. Il circuito del consenso scoraggia gli investimenti per potenziare l’offerta di beni collettivi e incentiva la distribuzione frammentata e individuale di opportunità e risorse. Questo produce una cattiva allocazione della spesa pubblica comunque a disposizione.

Ma non tutte le responsabilità sono da ascrivere alle classi dirigenti locali. Anche i governi nazionali non hanno in genere posto vincoli qualitativi alla destinazione e all’efficienza della  spesa pubblica nel Sud, salvo procedere a tagli lineari e non selettivi quando le condizioni di finanza pubblica hanno imposto politiche restrittive e di contenimento del debito pubblico. Ciò perché normalmente le elezioni politiche si sono storicamente, quasi sempre, decise nelle grandi Regioni del Sud ed intervenire avrebbe certamente alterato i rapporti di forza in termini di raccolta del consenso.

Insomma, anche -sul fronte delle responsabilità- un problema non solo locale ma nazionale, con classi dirigenti “estrattive”[19], beneficiarie di rendite di posizioni, titolari di poteri di intermediazione e non interessate a nessun cambiamento, che hanno fronteggiato cellule di “innovatori” impossibilitate a crescere perché fuori dai giochi di potere e costrette ad operare con azioni di pura testimonianza e protesta.      

 4.      Come uscirne?

Naturalmente il Mezzogiorno non è un monolite  immobile come potrebbe sembrare né risulta essere interamente abbandonato a se stesso. Esso è ancora parte integrante del modello produttivo del Paese .

 Rilevante, per esempio, è la produzione manifatturiera nei settori dell’aeronautico, le automotive,  l’agroalimentare (le cosiddette tre A). Importante è anche il settore  dello shipping e delle imprese marittimo-portuali, mentre tiene il sistema moda. Nelle prime due regioni (Campania e Puglia) del Mezzogiorno si concentra il 31% del fatturato nazionale del settore aeronautico. La Campania con circa 5 miliardi di fatturato è la terza regione «automotive» del Paese.  Il Mezzogiorno esprime in questo settore oltre 13 miliardi di euro di fatturato (pari al 25% del totale Italia); oltre il 17% dell’export (oltre 3 miliardi al III° trim. 2012). Nelle regioni meridionali inoltre le unità locali sono 475 (il 16% del totale Italia) dove vi sono  occupati oltre 40.000 addetti[20].

Il Mezzogiorno ha un peso rilevante nell’economia del mare. Le imprese del cluster marittimo italiano sono oltre 7 mila prevalentemente concentrate nel Mezzogiorno (in particolare in Campania sono presenti 1.056 unità, 15% del totale nazionale). Considerando il solo settore armatoriale, fatto 100 il fatturato delle imprese in Italia, il 30% è realizzato nella sola Campania. I fenomeni di concentrazione sono molto spinti (il 26,1% di aziende con fatturato > 8 ml di € detiene una quota di mercato del 94,2%.  In Italia, invece, la stessa quota di mercato è detenuta dal  21,1%).

 Nel Mezzogiorno, inoltre, si stima un valore aggiunto turistico diretto di 17.448 milioni di euro, equivalente al 5,4% del valore aggiunto totale pari a 321.092 milioni di euro. (La media nazionale è del  6%).

Il Mezzogiorno è il primo partner commerciale dell’area mediterranea. L’interscambio commerciale (import + export) tra l’Italia e l’Area Med è aumentato del 55% tra il 2001 ed il  2011. Dopo il calo tra il 2010 ed il 2011, le stime prevedono una forte ripresa nel 2012 ed una crescita a 74 mld di euro nel 2014, con un rafforzamento della posizione rispetto ai principali competitor europei. L’Area Med, in termini di interscambio, ha per il Mezzogiorno  «un valore più che doppio» rispetto al resto del Paese (12,4% contro il 5,9% del Centro-Nord).

Il Mezzogiorno non è un peso e può contribuire a far uscire l’Italia dalla crisi. Se si riesce ad innescare un processo di sviluppo autonomo che poggi sulle sue risorse (umane, paesaggistiche e culturali) latenti e inutilizzate, il Sud rappresenta l’asso nella manica da giocare nella competizione mondiale.

Certamente l’economia italiana è contraddistinta dalla diversità dei modelli di sviluppo delle sue regioni e dal permanere dello storico dualismo. Tuttavia, risalta una forte interdipendenza tra i territori italiani: gli scambi interregionali sono spesso più importanti degli scambi di ogni regione con l’estero. Il Mezzogiorno ha un deficit negli scambi di beni e servizi con l’esterno e una debolezza particolare nella bilancia dei pagamenti.[21] Ma le regioni del Centro Nord senza un Sud che produce e consuma non hanno possibilità di competere nell’arena mondiale del’economia globalizzata.

Se il Sud non cresce, non cresce neanche il Centro-Nord. I loro destini sono incrociati.

Negli ultimi anni, non ha rallentato solo il Sud, ma è stata l’intera Italia a perdere posizioni. Il Mezzogiorno, certamente, perde il confronto con le regioni meno avanzate d’Europa (per con i Länder della ex Germania dell’est). Ma, come molto spesso si tende a dimenticare, anche il Nord perde nettamente terreno rispetto alle regioni tedesche, francesi e del Nord Europa. Al contrario, se il Paese va bene, crescono tutte le sue regioni, come è successo in Spagna, prima della grande crisi. C’è bisogno di un Italia forte in una Europa riformata per competere con Cina, India e Stati Uniti.

Questa è l’unica strada per difendere lo stile di vita europeo fondato sull’economia sociale di mercato. 

La leva della politica di coesione europea  diventerà sempre più importante per capovolgere il trend negativo dell’economia e ridare speranze all’Europa. In Italia, il nuovo ciclo di programmazione 2014-2020 è in corso di preparazione e si basa su un metodo rinnovato di operare e nuovi e più concreti obiettivi da raggiungere.[22]

Sarà importante nei prossimi mesi introdurre più alti tassi di innovazione anche nel metodo della pratica politica e nel lavoro dei partiti.


[1] Il brano è tratto da Barca, D’Antone, Quaglia, “Storie Interrotte. Il Sud che ha fatto l’Italia”, Laterza, 2007

[2] F. Panetta, L’industria italiana e meridionale negli anni della crisi. Indirizzo di saluto, Napoli, aprile 2013

[3] CENSIS, La crisi sociale del Mezzogiorno, in La rivista n°3\4 2013

[5] Cfr http://noi-italia.istat.it/, febbraio 2013; vedi anche Rapporto CARITAS 2013

[7] Cfr G. Viesti, “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce – FALSO”, Laterza 2013

[8]F.Prota, G. Viesti, Senza Cassa. “Le politiche di sviluppo nel Mezzogiorno dopo l’intervento straordinario”, Il Mulino, 2012; Cannari, Magnani, Pellegrino, “Critica della ragione meridionale. Il Sud e le politiche pubbliche”, Laterza 2010

[9] L. Cannari, D. Franco, “Il Mezzogiorno: ritardi, qualità dei servizi pubblici, politiche”, in Stato e Mercato, n°1\2011

[10] Cinquantuno programmi su cinquantadue hanno raggiunto a fine 2012 i target previsti, solo uno, il POIN attrattori culturali ha perso 33 milioni di euro

[11] Per i dati completi di monitoraggio della spesa comunitaria vedi: http://www.coesioneterritoriale.gov.it/monitoraggio-spesa-certificata-fondi-europei/

[12] Per sopperire alle difficoltà della programmazione e attuazione delle politiche di coesione, il governo Monti ha messo in campo una forte azione di riprogrammazione nota come Piano di Azione e Coesione. Il Ministro Barca, autore del Piano, ha preso le mosse da questa esperienza per impostare in modo innovativo anche il nuovo ciclo di programmazione 2014-2020 (cfr  http://www.coesioneterritoriale.gov.it/metodi-e-obiettivi-per-un-uso-efficace-nel-2014-2020/ )

[13] F. Prota, G. Viesti, “Senza Cassa. Le politiche di sviluppo del Mezzogiorno dopo l’intervento straordinario”, Il Mulino, 2013

[14]Su questi aspetti vedi da ultimo: Ferrera, Fargion, Jessoula, “Alle radici del welfare all’italiana. Origini e futuro di un modello sociale squilibrato”, Marsilio 2013

[15] C. Trigilia, “Non c’è Nord senza Sud”, Il Mulino, 2012

[16] F. Panetta, (2013) op. cit.

[17] Un’ampia disamina degli argomenti a sostegno delle varie tesi è contenuta in Trigilia (2012), op. cit.

[18] In senso lato, per “classi dirigenti” qui si intende non solo i politici, ma anche imprenditori, professionisti, le organizzazioni dei lavoratori, i partiti, la chiesa, le associazioni di cittadini e tutti i soggetti che hanno influenza sul governo della cosa pubblica.

[19] Traggo questo concetto da D. Acemoglu, A. Robinson, “Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà”, Il Saggiatore, 2013  

[20] Questi e gli altri dati del paragrafo sono tratti dalla presentazione fatta da M. Deandreis, “Scenari economici, infrastrutture e nuova programmazione dei fondi strutturali per il Mezzogiorno”, nel corso del convegno Confindustria su “Infrastrutture e Mezzogiorno” che si è svolto a Roma il 17 gennaio 2013  

[21] De Bonis, Rotondi, Savona, “Sviluppo, rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane”, Laterza, 2010

[15] C. Trigilia, “Non c’è Nord senza Sud”, Il Mulino, 2012

[16] F. Panetta, (2013) op. cit.

[17] Un’ampia disamina degli argomenti a sostegno delle varie tesi è contenuta in Trigilia (2012), op. cit.

[18] In senso lato, per “classi dirigenti” qui si intende non solo i politici, ma anche imprenditori, professionisti, le organizzazioni dei lavoratori, i partiti, la chiesa, le associazioni di cittadini e tutti i soggetti che hanno influenza sul governo della cosa pubblica.

[19] Traggo questo concetto da D. Acemoglu, A. Robinson, “Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà”, Il Saggiatore, 2013  

[20] Questi e gli altri dati del paragrafo sono tratti dalla presentazione fatta da M. Deandreis, “Scenari economici, infrastrutture e nuova programmazione dei fondi strutturali per il Mezzogiorno”, nel corso del convegno Confindustria su “Infrastrutture e Mezzogiorno” che si è svolto a Roma il 17 gennaio 2013  

[21] De Bonis, Rotondi, Savona, “Sviluppo, rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane”, Laterza, 2010